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  1. sergio gattinara

    sergio gattinara Membro dello Staff

    Proprietario di Casa
    Umberto Eco
    H0 aspettato alcuni giorni per vedere se, nel mare dei commenti positivi sulla persona, ci fosse una voce critica del personaggio. Invano. Il mare di melassa continua.
    Non credo di commettere il reato di lesa maestà se elenco alcune cose che mi hanno disturbato di questo signore
    Forse il fatto di essere vissuto lontano dall’Italia tanto tempo mi ha impedito di conoscerlo appieno, ma di certo le sue manifestazioni , certificate dalla sua firma che dava autorevolezza non mi sono piaciute ed a mio avviso, non lo mostrano un buon maestro.
    Ignorare, cancellare, tralasciare, omettere con la speranza di far sparire e quindi dimenticare i propri errori sempre stata la strategia della sinistra. E questo caso no fa eccezione.
    Ma andiamo al dunque: ( Informazioni tratte da Eskimo in redazione di Michele Brambilla)
    Ottobre 1971: insieme ad altri 49 intellettuali ( a proposito chi è “entitled” a dare questa qualifica?)
    Il nostro uomo inviò una lettera al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino che aveva denunciato direttori e militanti di Lotta Continua per istigazione a delinquere.
    Nella lettera sopra c itata il “nostro” scriveva Testimoniamo pertanto che quando i cittadini da lei
    Imputati affermano che in questa società l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta Di classe N OI LO AFFERMIAMO CON LORO.
    Quando essi dicono Se i padroni sono dei ladri,è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato
    LO DICIAMO CON LORO
    Quando essi si impegnano a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento CI INPEGNAMO CON LORO
    Penso,temo che ci siano ancora molti “nostalgici “ che sottoscriverebbero queste affermazioni.
    Credo però che un professore di 40 anni, già collaboratore dei principali italiani, autore di importanti studi di semiotica, non possa essere un buon maestro se, dall’alto della sua cattedra scriveva nel 1975( anzi, affermava categoricamente) su ESPRESSO che lo stile è come la grafia e un buon expertise può dire se una lettera è autografa oppure no
    .Ovviamente essendo lui un ESPERTO poteva assicurare che i volantini dei NAP non erano scritti da un vero rivoluzionario e che doveva essere per forza opera di un brigadiere,di un militare od un americano.
    Io sono un semplice “ragioniere” di Vercelli,e come ragioniere ,ragiono. E ragionando vedo un individuo come lui che dava copertura a chi pensava che il commissario Calabresi fosse il torturatore di Pinelli, una persona che riteneva che le brigate rosse fossero sedicenti e che affermav a che fosse giusto combattere lo STATOcon le armi in pugno non credo che abbia titolol per essere considerato un buon maestro
    VOI C HE NE PENSATE'?
     
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  2. Dimaraz

    Dimaraz Membro Assiduo

    Proprietario di Casa
    Giuste considerazioni.
    Fa il paio con quanti attribuiscono certezza indiscutibile all' equivalenza: sinistra=progressismo=progresso
     
  3. Un giocatore

    Un giocatore Membro Assiduo

    Proprietario di Casa
    E' stata una sua idea dell'anno 1971 (all'epoca delle contestazioni studentesche) e basta, oppure si è ripetuta in seguito? Perché ad una persona si può dare la possibilità di riconoscere gli errori e di riabilitarsi.
    In effetti molti giovani di buona famiglia a quell'epoca hanno aderito (in modo insincero) alla contestazione studentesca, poi, a differenza dei figli di operai e casalinghe, che sono rimasti sinceri comunisti, hanno messo 'la testa a posto' e sono diventati 'normali' professionisti, dirigenti d'azienda e politici (vedi Tronchetti Provera e Tremonti).
     
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  4. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Allora: se è comi dici...che tipo di pena gli affibbiamo??? Lo cancelliamo dalla memoria...??? O che altro? Fuori ironia...Il tuo rilievo, anche esatto (?), è intriso di valenza politica che il nostro Guardiano ce lo farà passare, essendo fuori da
    considerazioni partitiche. Quindi se questo è vero allora la COSA si sgonfia in virtù che quando ci si avvicina alla militanza politica...questo diventa uno scontro...a volte anche mortale...o più spesso alla rissa...E nelle bolgia che ne deriva le accuse insulse o a vanvera volano alte...E non è escluso che il militante
    (estremo) si senta in guerra e che propugni di abbracciare le armi...e si può quindi arrivare al terrorismo che da qualunque punto parta noi lo condanniamo senza
    riserve. Noi moderati riusciamo ancora a discernere fra la parole e i fatti e come
    argutamente ci indica il Fragiocoso (fratellino di Frad....) per i giovani acculturati dell'epoca non si sfuggiva alla calamita della scelta politica che numericamente parlando era molto corposa a sinistra come ci illustrano le cronache del tempo.
    Ora il Venditore di Minerve era di sinistra e lì è rimasto fino alla fine.
    Ma se vogliamo essere nel giusto dovremo contrapporre la prima metà della sua vita con la seconda...E vedere al di là delle parole cosa ha fatto o non fatto.
    Io non ho i numeri...per deduzione posso pensare che il suo essere di sinistra sia
    rimasto solo di facciata...e sotto, sotto essere contento del nostro bislacco sistema
    "misto"....Lo deduco che non vi è sentore se abbia devoluto una buona parte delle
    sue entrate a qualche benefica associazione caritatevole...Solo del suo famoso
    primo romanzo ne furono vendute 50milioni di copie ( a un euro x copia sono già 50milioni di euro...)...Poi il film dello stesso...e poi altri libri...e poi gli stipendi e
    poi le collaborazioni giornalistiche...ecc...Se ci fosse stato il vero socialismo...
    quante tasse in più gli avrebbero appioppate??? quindi caro ragioniere di Vercelli,
    armati di carta e penna e fagli il bilancino come solo un ragioniere può fare...
    Da qui le entrate...da là le uscite...o meglio da qui le idee sinistrose...da là gli incassi
    destrotici (n.c.z.) e poi ci ridici il risultato al quale ci inchineremo senza battere
    ciglio....come si conviene ad un quiproquo.
     
  5. sergio gattinara

    sergio gattinara Membro dello Staff

    Proprietario di Casa
    io ho scritto " un individuo come lui che dava copertura a chi pensava che il commissario Calabresi fosse il torturatore di Pinelli, una persona che riteneva che le brigate rosse fossero sedicenti e che affermav a che fosse giusto combattere lo STATOcon le armi in pugno non credo che abbia titolo per essere considerato un buon maestro.
    All'epoca delLa lettera il nostro aveva QUARANTANNI ed era professore di semiotica allUniversità d Bologna. Non era un pivelllo. Dall'alto della sua carica ha scritto che dalla lettura dei volantini dei N AP si capiva(o meglio lo capivano degli
    esperti in semantica come lui) che erano stati scritti non da veri rivoluzionari bensì da qualche maresciallo dei carabinieri.o poliziotto o un americano .
    Furono in molti a credere o voler credere a queste stupidaggini ed ancora ci sono,tant è vero che lo chiamano "maestro"
    Non mi risulta che abbia fatto ammenda
     
    A sasisilu piace questo elemento.
  6. Un giocatore

    Un giocatore Membro Assiduo

    Proprietario di Casa
    Beh, io ho conosciuto uno che per me era un maestro, eppure era divorziato e l'ex moglie si era sposata con lui per interesse. Quindi, chi è senza peccato scagli la prima pietra (ma attenti, non contro Maria, nata senza peccato).
     
  7. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Non era un pivello??? Certo...ma non era neanche un Saggio..."Nel mezzo di cammin di nostra vita mi avviai per una selva oscura..." Ecco a quell'età la nostra
    vita è ancora al buio... non è illuminata dalla saggia esperienza...Ma...la tua verità
    su Calabresi e Pinelli fa da paio con la vicenda del nostro concittadino ricercatore
    in Egitto...Tu sei certo della versione che hai riportato...io ero e resto incerto...
    sempre col metodo deduttivo...Le forze dell'ordine devono vigilare (anche nelle carceri) che il detenuto non si tolga la vita...Io, poliziotto, non consentirò che il detenuto Pinelli si avvicini alla finestra che disciplinarmente deve essere chiusa
    e non aperta...per cui lui non avrebbe nessuna possibilità nè di avvicinarsi...nè di aprirla...nè di scavalcarla...nè di compiere il fatale balzo...Questa è logica deduttiva
    da cui l'ipotesi suicidio traballa vistosamente per cui se in un apolitico come sono io e un gran numero di italiani non beviamo nè l'una, nè l'altra versione restando
    nel limbo dell'incertezza dalla quale ne discende che non possiamo giudicare il professore Eco Umberto col tuo metro...Se a un metro dobbiamo ricorrere quello
    è quello degli studenti che si sono maturati sul suo insegnamento...solo loro
    fra un paio di lustri potranno meglio collocare la figura di Eco...gli studenti sono i primi a criticare e protestare anche durante le lezioni...E dell'altro giorno la constestazione al professore Panebianco (non entro nel merito...)...Quante ne
    ha ricevute il Minervino??? Solo i suoi studenti, a torto o ragione ne avranno memoria...per ora da quel lato non si sono lette disapprovazioni...vedremo.
    Chiudo con una memoria personale: Negli anni di vita da sette a 21, ebbi 4 insegnanti di pianoforte...tutti e quattro godevano di buona reputazione che io
    non discutevo, accettando supinamente la diceria...Accettavo però la critica
    che il primo subiva dal secondo...il secondo dal terzo e il terzo dal quarto...
    solo verso la fine del terzo decennio della mia vita riusci a collocare in buona
    misura il valore di ciascuno...La differenza fra il quarto (professore stabile al
    conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli) e il primo insegnante di canto corale alle scuole medie era quasi abissale...pur tuttavia i meriti del primo anzi della prima (era una signorina zitellona) non potevano essere minimizzati...
    Il primo impatto con la notazione musicale l'ha impostato lei e mi è rimasto
    tuttora...Questo per ribadire che non sarà un rispettato ragioniere di Vercelli, nè
    un pluripensionato, pianista in letargo SIAE, nè un sedicente giocatore ( di chè?)
    col cilindro tirato al lucido ed altri che si volessero aggiungere alla nobile cinquina
    propitiana a emettere giudizi e sentenze su un personaggio come il topiczzato(ncz)
    che per ora resta agli onori della cronaca...Però, anche per lui reciteremo, anzi reciteranno il: Sic transit gloria mundi...E solo questo è il metro per un giudizio
    non parziale. Grazie comunque per l'interessante ricostruzione che io non
    conoscevo. Quiproquo.
     
  8. Un giocatore

    Un giocatore Membro Assiduo

    Proprietario di Casa
    Non ricordi più che il presidente Mattarella disse che lui nel proprio settennato voleva fare l'arbitro?
     
  9. barbarico

    barbarico Membro Junior

    Proprietario di Casa
  10. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Spiegati meglio e non imitare il Tigrone...dai stura alla tua natura che è quella
    di un giocarellone giocante e giocoso a cui mal si addice una mutezza(?) patologica...Sarò pronto a seguirti...qpq.
     
  11. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Davvero? Quante volte??? qpq.
     
  12. barbarico

    barbarico Membro Junior

    Proprietario di Casa
    elementi come lui, basta UNA VOLTA SOLA, per essere DIMENTICATO DA TUTTI!
     
  13. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Quindi "Eco Morto" in realtà significava scomparso dalla memoria...
    Questo sarà possibile perchè in fondo nessuno è immortale e chi prima e chi dopo
    finisce nell'oblio siderale...Ma non capisco l'attribuzione di "elemento" come valore
    negativo...anche noi due siamo elementi e allora cerca di articolare meglio la
    tua valutazione negativa con un minimo di esposizione...altrimenti quell'elemento
    di FradJACOno ci invia un "elemento" di elementi che più non ne potremmo
    raccogliere e di additare...di elementi...Nel frattempo vado a tracannare un buon
    elemento di annata...quello che produce Eco nella pancetta e qualche volta anche
    nella testina...di noi poveri elementi...qpq.
     
  14. barbarico

    barbarico Membro Junior

    Proprietario di Casa

    continua con l'elemento
     
  15. barbarico

    barbarico Membro Junior

    Proprietario di Casa
    continua con il tuo "elemento" è più che positivo.
     
  16. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Se qualche altro propista me ne darà il destro...Un destro possibilmente carico
    di riflessioni e di articolazioni conseguenti. Ma credo che si sia esaurita la
    vena interventista sia del postante Sergio, sia di quelli che si sono limitati alla sola
    lettura che con molto coraggio preferiscono il silenzio...coraggio...armatevi e
    silenziatevi (n.c.z.) che nessuno vi leggerà essendo il silenzio illeggibile...
    Cappitto mi avete propisti col silenziatore??? Rumorosamente da qpq.
     
  17. sergio gattinara

    sergio gattinara Membro dello Staff

    Proprietario di Casa
    Cari @quiproquo e@un giocatore
    L'aargomento è FU UN BUON MAESTRO?
    A 40 anni nel 71 scrisse e firmo quella lettera A 44 firmò la lettera che in pratica condannò a morte Calabresi. Anche Giorgio Bocca la firmò ma poi da persona onesta, benchè molti anni dopo fece ammenda
    La materia del contendere è se lui FU UN B UON MAESTRO
    Leggetevi l'articolo che trascrivo.
    Il nostro ha fortemente influenzato almeno due generazioni e non si tratta
    di u maestro di piano qui si tratta di veder costruire l'icona di "santo laico"
    nella persona di Umberto Eco e nessuno, o quasi se ne cura

    c'è un vecchio detto che recita così
    perchè il male avanzi è sufficiente che i buoni non facciano nulla
    e adesso leggetevi l'articolo
    tratto da: Il Timone, n. 43, maggio 2005, p. 14-1



    di Michele Brambilla [I falsi profeti del Sessantotto]]

    Un’intera generazione ubriacata dall’odio e dalla violenza ideologica. Colpa dei cattivi maestri, di una classe intellettuale che seminava il male con le parole. In questo articolo, nomi e cognomi di chi ha sulla coscienza gli orrori di un’epoca da non dimenticare

    Negli ultimi mesi i giornali hanno dedicato molto spazio alla strage di Primavalle (vedi il capitolo ‘L’omicidio dei fratelli Mattei’), nella quale due fratelli vennero arsi vivi nel rogo della loro casa, incendiata da estremisti di sinistra. Qual era il clima in cui si consumò quella strage, nell’aprile 1973? Com’è possibile che qualcuno sia arrivato a dar fuoco, di notte, alla casa di un povero spazzino per «punirlo» della sua fede politica? E ancora: com’è possibile che gli sciagurati che appiccarono quell’incendio – uccidendo un ragazzo di ventidue anni e un bambino di otto – abbiano potuto farla franca grazie a una così diffusa rete di solidarietà? Insomma: ma che paese era, quell’Italia degli anni Settanta? Come mai tanti giovani si fecero inebriare dalla violenza?

    Per arrivare a rispondere a queste domande, non si può prescindere dal contesto in cui accaddero quei fatti.

    Perché, in quel «contesto», grande fu la responsabilità della classe intellettuale italiana (quasi tutta). Cominciamo con la lettera aperta che nell’ottobre 1971 fu inviata al Procuratore della Repubblica di Torino, il quale aveva denunciato direttori e militanti di Lotta Continua (un movimento di estrema sinistra, lo diciamo per i più giovani) per istigazione a delinquere. Nella lettera aperta si scriveva: «Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, amiamo le masse”, lo gridiamo con loro». Ma ecco il passaggio finale di quella lettera: «Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro».

    Chi erano i firmatari di questa lettera, che si impegnavano a «combattere con le armi in pugno»? Cinquanta esponenti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Nomi sorprendenti. Ecco alcuni firmatari di quell’appello in cui si annunciava la propria adesione alla lotta armata: Umberto Eco, Tinto Brass, Cesare Zavattini, Carlo Gregoretti, Enzo Paci, Giulio A. Maccacaro, Giulio Carlo Argan,. Salvatore Saperi, Pasquale Squitieri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Paolo Portoghesi, Lucio Colletti, Paolo Mieli, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Nelo Risi, Giovanni Roboni. Come si vede, professori universitari, registi cinematografici, filosofi, storici, futuri ministri, poeti, scrittori, giornalisti. In una parola, gente che ricopriva una posizione centrale nel mondo in cui si formano le coscienze di un popolo.

    Degli isolati, quei cinquanta firmatari?

    Macché. Furono più di ottocento i rappresentanti della cultura italiana che sottoscrissero un documento pubblicato su “L’Espresso” il 13 giugno 1971, documento in cui il commissario Calabresi veniva definito «un torturatore» e «il responsabile della fine di Pinelli». Prima di elencare alcuni nomi di quegli ottocento firmatari, va ricordato che il commissario Calabresi fu ritenuto innocente della morte dell’anarchico Pino Pinelli con una sentenza emessa dal giudice (dichiaratamente di sinistra) Gerardo D’Ambrosio; e che lo stesso Calabresi venne ucciso in un agguato il 17 maggio 1972 al culmine di una campagna di odio e di false accuse scatenata contro di lui. Ed ecco dunque alcuni di quegli ottocento che calunniarono Calabresi: i filosofi Norberto Bobbio, Lucio Colletti e Lucio Villari; i registi cinematografici Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Luigi Comencini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Salvatore Saperi, Ugo Gregoretti, Nanni Loy; i poeti Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni e Giovanni Giudici; i pittori Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani; gli editori Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli; i critici Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Fernanda Pivano; la scienziata Margherita Hack; gli architetti Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi; gli scrittori Alberto Moravia, Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Natalino Sapegno, Primo Levi, Lalla Romano; i politici Umberto Terracini, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Paietta; i sindacalisti Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti; i giornalisti Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Giuseppe Turani, Carlo Rossella, Camilla Cederna, Tiziano Terzani.

    Si potrebbe continuare a lungo. Ma crediamo che basti per dimostrare che il novanta per cento (per non dire il novantanove) della cultura italiana era, allora, orientata in tal senso. Quello era il clima. Un clima che non risparmiò i giornali. Se molti intellettuali flirtarono (a parole, beninteso) con l’estremismo, quando non addirittura con la lotta armata, molti giornalisti furono maestri di disinformazione.

    Per anni su quasi tutti i giornali italiani si denunciò, giustamente, la violenza “nera” (che, sia chiaro, c’era) ma si nascose l’esistenza di una violenza “rossa”. Ecco che cosa scrisse Giorgio Bocca su “Il Giorno” il 23 febbraio 1975: «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto di favola per bambini scemi o insonnoliti e quando i magistrati, gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti ricominciano a narrarla mi viene come un ondata di tenerezza perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile…».

    Mentre Bocca scriveva quel pezzo, le Brigate Rosse avevano già ucciso tre persone (i missini Mazzola e Giralucci a Padova e il maresciallo dei carabinieri Maritano a Robbiano di Mediglia), rapito un giudice (Mario Sossi) e organizzato l’evasione di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato.

    Ma erano in tanti, come Bocca (che anni dopo fece un’onesta autocritica) a scrivere che le Brigate Rosse erano “sedicenti”, fascisti o poliziotti mascherati. Ha scritto Gianpaolo Pansa, giornalista di sinistra e quindi non sospettabile di faziosità destrorsa:

    «A sinistra dinanzi a quei primi colpi di pistola molti non vollero vedere né sentire. Alzava la testa un nemico nuovo, eppure non si avvertì il pericolo e non si riconobbe da che parte veniva. Soltanto alcuni ebbero l’onestà di ammettere subito che il terrorismo delle Brigate rosse e dei gruppi affini nasceva in casa, tra le file delle sinistre, e andava messo nel conto del Sessantotto, tra i frutti marci di quella straordinaria stagione di grandi slanci, di enormi sciocchezze e di terribili errori».

    Per dare un’idea di quanto quel clima condizionò perfino la cosiddetta “stampa borghese”, si pensi che lo stesso rogo di Primavalle (vedi il capitolo ‘L’omicidio dei fratelli Mattei) fu definito dal “Messaggero” di Roma come «una faida tra fascisti» e che quando, il 2 giugno 1977, Indro Montanelli fu ferito dalle Brigate Rosse, il “Corriere della Sera” di Piero Ottone riuscì nel miracolo giornalistico di non mettere nel titolo il nome di Montanelli.

    Cose che succedevano in quell’Italia, e che oggi molti vorrebbero dimenticare per sempre. Ecco il contesto che spinse tanti ragazzi – i più fragili probabilmente – a pensare di risolvere le ingiustizie con altre, tragiche, ingiustizie.

    di Michele Brambilla [I falsi profeti del Sessantotto]]

    Un’intera generazione ubriacata dall’odio e dalla violenza ideologica. Colpa dei cattivi maestri, di una classe intellettuale che seminava il male con le parole. In questo articolo, nomi e cognomi di chi ha sulla coscienza gli orrori di un’epoca da non dimenticare

    Negli ultimi mesi i giornali hanno dedicato molto spazio alla strage di Primavalle (vedi il capitolo ‘L’omicidio dei fratelli Mattei’), nella quale due fratelli vennero arsi vivi nel rogo della loro casa, incendiata da estremisti di sinistra. Qual era il clima in cui si consumò quella strage, nell’aprile 1973? Com’è possibile che qualcuno sia arrivato a dar fuoco, di notte, alla casa di un povero spazzino per «punirlo» della sua fede politica? E ancora: com’è possibile che gli sciagurati che appiccarono quell’incendio – uccidendo un ragazzo di ventidue anni e un bambino di otto – abbiano potuto farla franca grazie a una così diffusa rete di solidarietà? Insomma: ma che paese era, quell’Italia degli anni Settanta? Come mai tanti giovani si fecero inebriare dalla violenza?

    Per arrivare a rispondere a queste domande, non si può prescindere dal contesto in cui accaddero quei fatti.

    Perché, in quel «contesto», grande fu la responsabilità della classe intellettuale italiana (quasi tutta). Cominciamo con la lettera aperta che nell’ottobre 1971 fu inviata al Procuratore della Repubblica di Torino, il quale aveva denunciato direttori e militanti di Lotta Continua (un movimento di estrema sinistra, lo diciamo per i più giovani) per istigazione a delinquere. Nella lettera aperta si scriveva: «Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, amiamo le masse”, lo gridiamo con loro». Ma ecco il passaggio finale di quella lettera: «Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro».

    Chi erano i firmatari di questa lettera, che si impegnavano a «combattere con le armi in pugno»? Cinquanta esponenti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Nomi sorprendenti. Ecco alcuni firmatari di quell’appello in cui si annunciava la propria adesione alla lotta armata: Umberto Eco, Tinto Brass, Cesare Zavattini, Carlo Gregoretti, Enzo Paci, Giulio A. Maccacaro, Giulio Carlo Argan,. Salvatore Saperi, Pasquale Squitieri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Paolo Portoghesi, Lucio Colletti, Paolo Mieli, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Nelo Risi, Giovanni Roboni. Come si vede, professori universitari, registi cinematografici, filosofi, storici, futuri ministri, poeti, scrittori, giornalisti. In una parola, gente che ricopriva una posizione centrale nel mondo in cui si formano le coscienze di un popolo.

    Degli isolati, quei cinquanta firmatari?

    Macché. Furono più di ottocento i rappresentanti della cultura italiana che sottoscrissero un documento pubblicato su “L’Espresso” il 13 giugno 1971, documento in cui il commissario Calabresi veniva definito «un torturatore» e «il responsabile della fine di Pinelli». Prima di elencare alcuni nomi di quegli ottocento firmatari, va ricordato che il commissario Calabresi fu ritenuto innocente della morte dell’anarchico Pino Pinelli con una sentenza emessa dal giudice (dichiaratamente di sinistra) Gerardo D’Ambrosio; e che lo stesso Calabresi venne ucciso in un agguato il 17 maggio 1972 al culmine di una campagna di odio e di false accuse scatenata contro di lui. Ed ecco dunque alcuni di quegli ottocento che calunniarono Calabresi: i filosofi Norberto Bobbio, Lucio Colletti e Lucio Villari; i registi cinematografici Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Luigi Comencini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Salvatore Saperi, Ugo Gregoretti, Nanni Loy; i poeti Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni e Giovanni Giudici; i pittori Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani; gli editori Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli; i critici Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Fernanda Pivano; la scienziata Margherita Hack; gli architetti Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi; gli scrittori Alberto Moravia, Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Natalino Sapegno, Primo Levi, Lalla Romano; i politici Umberto Terracini, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Paietta; i sindacalisti Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti; i giornalisti Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Giuseppe Turani, Carlo Rossella, Camilla Cederna, Tiziano Terzani.

    Si potrebbe continuare a lungo. Ma crediamo che basti per dimostrare che il novanta per cento (per non dire il novantanove) della cultura italiana era, allora, orientata in tal senso. Quello era il clima. Un clima che non risparmiò i giornali. Se molti intellettuali flirtarono (a parole, beninteso) con l’estremismo, quando non addirittura con la lotta armata, molti giornalisti furono maestri di disinformazione.

    Per anni su quasi tutti i giornali italiani si denunciò, giustamente, la violenza “nera” (che, sia chiaro, c’era) ma si nascose l’esistenza di una violenza “rossa”. Ecco che cosa scrisse Giorgio Bocca su “Il Giorno” il 23 febbraio 1975: «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto di favola per bambini scemi o insonnoliti e quando i magistrati, gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti ricominciano a narrarla mi viene come un ondata di tenerezza perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile…».

    Mentre Bocca scriveva quel pezzo, le Brigate Rosse avevano già ucciso tre persone (i missini Mazzola e Giralucci a Padova e il maresciallo dei carabinieri Maritano a Robbiano di Mediglia), rapito un giudice (Mario Sossi) e organizzato l’evasione di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato.

    Ma erano in tanti, come Bocca (che anni dopo fece un’onesta autocritica) a scrivere che le Brigate Rosse erano “sedicenti”, fascisti o poliziotti mascherati. Ha scritto Gianpaolo Pansa, giornalista di sinistra e quindi non sospettabile di faziosità destrorsa:

    «A sinistra dinanzi a quei primi colpi di pistola molti non vollero vedere né sentire. Alzava la testa un nemico nuovo, eppure non si avvertì il pericolo e non si riconobbe da che parte veniva. Soltanto alcuni ebbero l’onestà di ammettere subito che il terrorismo delle Brigate rosse e dei gruppi affini nasceva in casa, tra le file delle sinistre, e andava messo nel conto del Sessantotto, tra i frutti marci di quella straordinaria stagione di grandi slanci, di enormi sciocchezze e di terribili errori».

    Per dare un’idea di quanto quel clima condizionò perfino la cosiddetta “stampa borghese”, si pensi che lo stesso rogo di Primavalle (vedi il capitolo ‘L’omicidio dei fratelli Mattei) fu definito dal “Messaggero” di Roma come «una faida tra fascisti» e che quando, il 2 giugno 1977, Indro Montanelli fu ferito dalle Brigate Rosse, il “Corriere della Sera” di Piero Ottone riuscì nel miracolo giornalistico di non mettere nel titolo il nome di Montanelli.

    Cose che succedevano in quell’Italia, e che oggi molti vorrebbero dimenticare per sempre. Ecco il contesto che spinse tanti ragazzi – i più fragili probabilmente – a pensare di risolvere le ingiustizie con altre, tragiche, ingiustizie.
     
    A Dimaraz e sasisilu piace questo messaggio.
  18. quiproquo

    quiproquo Membro Senior

    Proprietario di Casa
    Grazie Sergio. Ho letto trattenendo il respiro la tua mirabile ricostruzione di
    quell'epoca maledetta che comunque deve restare nella memoria anche di tutti noi di propit. Io non ho gli elementi nè per controbattere, nè per accodarmi...
    Ero e resto incerto per mia naturale predisposizione...ma ciò non toglie nulla alla crudezza dei "fatti" che hai così ben riportato. Perchè anche lo schierarsi è un fatto
    e come dici tu...questo fatto determina l'arruolamento delle menti più fragili o
    il consolidamento degli indecisi e non solo loro...Potrei azzardare qualche spiegazione sul perchè di tanti aderenti del mondo culturale...ma sarebbe acqua
    fritta e poi, confermo, non avrei elementi di rilievo per anche solo enunciarli.
    Quindi mi ritiro dal topic che hai aperto e lascio ai posteri la risposta sulla
    bontà o meno del professore Eco Umberto. Sarei curioso di sapere come l'ha trattato Panorama...visto che l'Espresso gli ha dedicato una decina di pagine firmate da altrettanti suoi estimatori fra cui un'allieva universitaria...Io, contestatore per nascita...volevo mandare un quesito a questi laudatori...: "Avete sostenuto che Eco è intevenuto in moltissimi campi dello scibile umano...Vi risulta se abbia messo l'occhio anche sul mondo giuridico??? E in particolare sul codice civile? E se non l'ha fatto...per quale motivo??? " Poi mi sono detto: lascia perdere..
    quelli non ti leggeranno nemmeno...E poi sei arrivato tu con il tuo carrozzone
    pieno di ricordi e di amare considerazioni che non si possono ignorare, nè minimizzare. Di nuovo grazie e alla prossima. Quiproquo.
     
  19. pippopeppe

    pippopeppe Membro Attivo

    Impresa
    a me non interessa se è stato un buon maestro, mi indigna la troppa melassa intorno ad un personaggio che oltre i suoi libri non va.
    non ha cambiato nulla nelle ns abitudini di vita e lui ci ha pure guadagnato.
    dobbiamo celebrare sempre e nei secoli personaggi del calibro di Dante, Marconi, Levimontalcini, Sebin, Pasteur, Fermi, Einstein e tanti altri che hanno veramente cambiato il mondo, le ns abitudini i modi essere e di pensare.
    perchè elevare agli altari della gloria personaggi che al pari di grandi oratori sanno solo scrivere belle parole ma i fatti dove sono? parole, parole.....
     
  20. sergio gattinara

    sergio gattinara Membro dello Staff

    Proprietario di Casa
    e proprio per quello che dove ho potuto ho fatto un po di contraltare (facebook Propit...
     

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