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  1. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Supponiamo che io abbia in tasca un sacchetto di caramelle (il valore "reale" dell' economia), e ne voglia avere il più possibile perchè per definizione sono "egoista".

    Allora io, che sono soggetto "A", "presto" la quantità di moneta corrispondente al valore di mercato del mio sacchetto di caramelle al soggetto "B", perchè questo mi promette sia il rimborso del capitale, sia il pagamento di una quantità di moneta come interesse sul prestito.

    Pertanto io (soggetto "A"), resto con le mie caramelle, e "in più", con un foglio di carta in cui è scritta la "promessa" che il debitore (soggetto "B"), in futuro mi restituirà il valore che gli ho prestato maggiorato degli interessi.

    Siccome sono molto egoista e voglio guadagnare "di più", allora suddivido il mio credito (ossia il valore di tutte le caramelle che il debitore sarà "costretto" a procurarsi e rivendere sul mercato al fine di rimborsare il suo debito nei miei confronti), in dieci obbligazioni di valore uguale, e lo "rivendo" sul mercato che, in cambio, mi restituisce "subito" la quantità di moneta che ho prestato al soggetto "B", corrispondente al valore di mercato del sacchetto di caramelle che avevo all' inizio.

    Pertanto io (soggetto "A"), senza aspettare la scadenza concordata con il soggetto "B", ho la possibilità di "prestare" il valore di mercato dell' unico sacchetto di caramelle che ho in tasca "di nuovo"!

    E' evidente che, in questa situazione di continua "creazione" di valore "promesso" dai debitori, le banche centrali di emissione dovranno stampare sempre più "moneta" da "pompare" nel sistema (ossia "fotografie" che rappresentano il valore attribuito al sacchetto di caramelle che avevo all' inizio incrementato da tutto il valore "promesso" dai debitori, i quali "si suppone" creeranno nuove "caramelle" che, nel momento in cui saranno vendute e comprate, contribuiranno alla crescita del PIL- ossia il Prodotto Interno Lordo).

    La creazione continua di nuova "moneta" da parte delle banche centrali, è necessaria per alimentare questo "meccanismo"; ossia per permettere a "tutti" gli operatori del mercato di continuare a comprare e vendere sia il mio sacchetto di caramelle, sia gli "altri" sacchetti di caramelle che si dovranno "inventare" necessariamente per pagare i capitali dati in prestito e gli interessi concordati.

    E' in questo modo che il sistema capitalista si è sviluppato fino ad oggi, ed intende continuare a crescere in futuro!

    Nel "gioco" tutti ci guadagneranno, fino a che io, soggetto "A", (che resto una persona incredibilmente egoista), non riuscirò più a "piazzare" l' ultimo pezzo di carta (l' ultima obbligazione), perchè l' ultimo mio creditore dubiterà che io avrò caramelle sufficienti da garantirgli la restituzione della moneta che sto chiedendo in prestito; ma proprio "quella" moneta mi è necessaria per pagare, a mia volta, tutta la moneta che mi hanno prestato, al fine di "creare" il valore che ho "prestato" ai miei debitori, e che "spero" mi verrà restituito alla scadenza con gli interessi.

    Pertanto, a "quel" punto, alle scadenze prossime dei "miei" debiti, io non avrò la quantità di moneta sufficiente per pagarli, e tutto il castello di "fiducia" che sostiene i mercati finanziari a "quel" punto crollerà, fino a che si riuscirà a capire "di nuovo" quale sia il valore "reale" dei sacchetti di caramelle che "effettivamente" sussistono nel mercato.

    :fico:
     
    A wally, , e ad altre 3 persone piace questo elemento.
  2. airin57

    airin57 Membro Attivo

    grazie

    Con la scusa dei bambini ho cominciato anch'io a seguire l'andamento dwlla crisi devo proprio ringraziarti:applauso::applauso::applauso:
     
  3. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    La tolleranza al rischio, semplicemente, evapora

    Cari amici,

    I mercati finanziari sono dominati dall' egoismo e dall' indifferenza.

    Il movimento degli operatori è motivato dalla ricerca di profitti immateriali, ossia non legati all' economia reale.

    E' importante ricordare molto bene che i responsabili dell' andamento delle quotazioni di borsa internazionali sono pochissimi, in confronto di tutti coloro che partecipano direttamente o indirettamente al processo produttivo della ricchezza mondiale.

    Si può benissimo parlare di oligarchia finanziaria inconsapevole, in quanto gli operatori di borsa raramente pensano loro stessi come "casta" che sfrutta le logiche finanziare per dominare l' economia mondiale.

    Questa situazione, al giorno d' oggi, si può scoprire con facilità, perchè gli operatori finanziari sono diventati allergici al rischio che deriva dallo svolgimento della loro attività.

    Il periodo delle vacche grasse per loro è finito, però loro non vogliono accettarlo.

    Visto dall' ottica dell' economia reale, il debito che è stato creato dai processi finanziari degli ultimi 20 anni è divenuto insostenibile, e quindi virtualmente inesigibile.

    Gli USA, la Grecia, la Spagna, e gli altri paesi più indebitati del mondo non hanno la possibilità di rimborsare i propri debiti che hanno contratto nei confronti dei mercati finanziari.

    Le banche centrali di tutto il mondo non potranno continuare a stampare moneta senza alcun riferimento oggettivo sulle attività economiche reali.

    Prima o poi questa situazione arriverà ad un punto di rottura, e si verificherà un' inflazione galoppante globale (dal dollaro all' Euro), che riporterà i debiti in una giusta prospettiva di riferimento con l' economia reale.

    Detto in termini più semplici, i debiti pubblici dei paesi indebitati, a seguito dell' inflazione, si ridurranno di conseguenza, e ritorneranno ad essere proporzionali all' economia reale delle società che questi debiti li devono pagare.

    Resta da domandarsi perchè le società che non hanno creato i debiti, se li ritrovano lo stesso pesantemente addosso.

    ....ma questa è un altra storia!




    Wall Street Italia

    Confortati in qualche modo dalla chiusura al rialzo che Wall Street è riuscita ad archiviare lo scorso venerdì, i listini azionari europei hanno avviato la settimana tentando la strada dei guadagni.

    Ma l'incertezza è palpabile e nessuno si fa false illusioni.

    A dimostrare il forte momento di tensione che attanaglia gli investitori di tutto il mondo non sono infatti solo la turbolenza e la volatilità che assillano i listini azionari e il mercato dei cambi. Indicazioni più che chiare del brutto momento che il sentiment in generale sta vivendo arrivano infatti - e come poteva essere altrimenti - anche dal mercato del credito.

    Tali indicazioni sono decisamente negative, come fa notare Bloomberg in un suo articolo.

    Basti pensare che, molto probabilmente, le vendite dei corporate bond chiuderanno il mese di maggio con la peggiore performance in un decennio; e che i rendimenti relativi stanno balzando al ritmo più elevato dai tempi - e la sola parola fa accapponare decisamente la pelle - del collasso di Lehman Brothers.

    Il motivo alla base di questa situazione è il solito e porta il nome di crisi di fiducia o di avversione al rischio.

    In un contesto in cui si parla ogni giorno dei debiti europei e in cui a essere agitato ovunque è lo spettro dei Piigs, la fiducia degli investitori non riesce, infatti, a imporsi con convinzione.

    I dati di Bloomberg indicano così che le stesse società hanno emesso nel mese di maggio obbligazioni per un valore di 47 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 183 miliardi di dollari di aprile e al minimo dal dicembre del 1999.

    Contemporaneamente, l'indice Global Broad Market compilato da Bank of America Merrill Lynch, segnala come la fiducia dei potenziali sottoscrittori di bond è talmente malconcia che il rendimento extra che viene assicurato ai detentori dei bond - ovvero il differenziale in più rispetto ai rendimenti dei titoli di stato - si appresta a registrare la crescita maggiore dall'ottobre del 2008. (appunto, i tempi del crollo di Lehman).

    I numeri parlano chiaro.

    L'indice mostra che, al momento, i rendimenti sui corporate bond si attestano in media a un valore superiore di 188 punti base rispetto ai rendimenti assicurati dai titoli di stato; il differenziale è dunque cresciuto in modo sostenuto dai 142 punti base toccati lo scorso 21 aprile, e la velocità del rialzo è stata per l'appunto la più elevata dall'ottobre del 2008 (quando l'incremento fu di ben 108 punti base).

    A essere più penalizzati, continua Bloomberg, sono soprattutto i junk bond emessi negli Stati Uniti: in questo caso gli spread sono arrivati a salire questo mese di 141 punti base fino a quota 702.

    William Cunningham, responsabile delle strategie del credito e della divisione di ricerca dell'unità di investimento di State Street a Boston, parla così in una intervista a Bloomberg di una "crisi di liquidità" e continua: "Non è inconcepibile immaginare una situazione in cui i mercati si comportano in questo modo, in cui a essere sotto pressione è la liquidità e in cui la tolleranza al rischio, semplicemente, evapora, soprattutto in Europa".

    Gli fa eco Peter Chatwell, strategist dei tassi di interesse di Credit Agricole Corporate and Investment Bank di Londra. "Stiamo assistendo a una intensificazione dell'avversione al rischio e anche a un allargamento dell'avversione al rischio nelle varie categorie di asset".

    E uno specchio di tutto ciò è lo stesso Libor per i prestiti in dollari a tre mesi che, lo scorso 21 maggio, ha testato il massimo dal 24 luglio. Un record che conferma la nuova riluttanza delle banche a erogare prestiti.
    Pubblicato da grandeindio a lunedì, maggio 24, 2010 su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale)
     
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  4. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Finanza pubblica e privata, due punti di vista inconciliabili



    Cari amici,

    Anche oggi prosegue l' "assalto alla diligenza", che i grandi gruppi finanziari privati stanno scatenando contro le finanze pubbliche dei paesi più indebitati.

    Non lo fanno apposta!

    Il punto della questione è che sono avidi, e si comportano in modo economicamente efficiente.

    Ossia gli operatori finanziari cercano di ridurre le proprie perdite e incrementare i propri utili.

    Questo comportamento è estremizzato a tutti i livelli; i più ricchi estremizzano la loro ricchezza allo stesso modo della gente cosiddetta "normale".

    Gli stati, i quali dovrebbero calmierare questa tendenza alla sopraffazione, negli ultimi anni si sono piegati anche loro alla logica finanziaria dominante.

    E così siamo tutti saliti su una barca (il mercato globale) che ha perduto il timone della Governance.

    Siamo arrivati al punto in cui siamo costretti a prendere consapevolezza della situazione.

    I governi mondiali sono eccessivamente indebitati nei confronti di un sistema finanziario che non ha più un equilibrio economico di riferimento, e produce valore finanziario in modo incontrollato e incontrollabile.

    A questo punto, la logica di mercato attuale porterà in breve tempo ad una inflazione galoppante, che a sua volta porterà ad un aumento incontrollato del valore attribuito alle materie prime (e soprattutto del petrolio), e pertanto, non appena il mondo inizierà nuovamente a "crescere" (come raccontano i cosiddetti economisti), una nuova frenata arriverà puntuale come un orologio causata dal prezzo del greggio che diventerà insostenibile.

    I nostri politicanti non sanno nulla di questi fenomeni, e non credo che gliene importi neanche tanto!

    Molti di loro sono come tantissimi amministratori di condominio; ossia impegnati soprattutto a mantenere la propria poltrona.

    Pubblicato da grandeindio su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale)

    Il sole 24 ore

    Che i mercati abbiano i nervi tesi a volte lo si capisce anche dalle piccole cose. Il salvataggio di Cajasur, per esempio, non sarebbe di per sé evento da spaventare la finanza mondiale: in fondo gli asset della piccola cassa di risparmio andalusa ammonterebbero soltanto allo 0,6% dell'intero sistema bancario spagnolo, quindi poco più di una goccia nell'oceano finanziario mondiale. Eppure i contraccolpi dell'operazione condotta sabato dalla Banca di Spagna non hanno mancato di farsi sentire, anche perché si teme che il caso Cajasur non sia proprio isolato.

    Così l'euro ha interrotto la serie di due sedute di recupero consecutive, evento più unico che raro in questo ultimo mese. Questa mattina la valuta comune è scesa sotto 1,23 dollari all'avvio dei mercati europei. Contro lo yen un vero tracollo: a Tokyo l'euro è precipitato a quota 109.99, per la prima volta sotto quota 110 dal 30 novembre 2001 (109,89). Questo dopo i cali di ieri: la valuta comune ha infatti ripiegato sotto quota 1,24 dollari (1,2380), oltre due «figure» in meno rispetto ai massimi di seduta di venerdì scorso e perso terreno anche sulle altre valute, scendendo di nuovo a 111,89 yen (da 113,16) e 1,4351 franchi svizzeri (1,4430). Non che il movimento fosse del tutto inaspettato, visto che a detta degli operatori il recupero dei giorni scorsi era dovuto più che altro all'effetto deterrente esercitato sui ribassisti dalle voci (mai confermate e per certi versi pure improbabili) di un intervento della Bce a sostegno dell'euro. Ma appare comunque evidente che il caso Cajasur (oltre alla giornata semifestiva, che ha contribuito a ridurre i volumi) abbia dato agli investitori un motivo in più per tornare a vendere la divisa europea.

    Quando si parla di tensioni, però, gli operatori guardano sempre con maggior attenzione a un altro mercato, quello interbancario in cui gli istituti di credito si scambiano il denaro. Anche qui la situazione è mutata a partire dai primi giorni di aprile quando, dopo un anno e mezzo di discesa pressoché ininterrotta, i tassi hanno iniziato a risalire dai minimi storici. Per ora si tratta di ben poca cosa: l'Euribor a un mese veniva indicato ieri allo 0,426% (lo stesso valore di venerdì e tre centesimi in più rispetto ai minimi storici) e la scadenza 3 mesi allo 0,695% (0,634% il record).

    Ma in un mercato in cui tutto si misura con il bilancino gli analisti guardano con un sospetto anche un altro valore: lo scarto fra l'Euribor 3 mesi e l'overnight indexed swap (Ois), il tasso «free risk». Anche in questo caso il differenziale è aumentato (31 punti base rispetto ai 22 di qualche settimana fa) e testimonia la minor fiducia tra le banche stesse, che in una situazione di incertezza generale (e qui il caso Cajasur non contribuisce certo a rasserenare gli animi) non sempre sono disposte a prestarsi il denaro e anzi preferiscono lasciarlo in deposito presso la Bce stessa al tasso decisamente poco attraente dello 0,25 per cento.
    Ogni paragone con le settimane successive al crack-Lehman, quando l'interbancario era praticamente «congelato» è tuttavia per il momento del tutto improprio. Non solo in quei giorni i tassi Euribor viaggiavano oltre il 5% e lo spread con gli Ois era salito a 180 punti base, ma mancavano anche tutte le misure che nel frattempo la Bce ha messo e continua tuttora a mettere in atto per garantire la liquidità necessaria al funzionamento degli ingranaggi. Proprio nell'ultima asta di rifinanziamento a 8 giorni sono state però 81 le banche ad attingere alla fonte di Francoforte chiedendo 104 miliardi di euro (5 in più della settimana precedente), a testimonianza del fatto che qua e là esiste qualche granello che per ora scorre via, ma che alla lunga potrebbe anche inceppare l'ingranaggio.

    Da tempo ormai gli operatori segnalano del resto un mercato interbancario che funziona a due velocità: le grandi banche non trovano problemi a finanziarsi, mentre le piccole (o quelle meno solide) hanno qualche difficoltà e mettono apprensione. Qualche preoccupazione in più, inoltre, gli istituti la hanno quando chiedono dollari, anziché euro. Non a caso le recenti tensioni si sono fatte sentire soprattutto sul Libor in dollari (il «cugino» dell'Euribor, calcolato dalla British Bankers' Association) che ieri, nella scadenza a 3 mesi, è salito oltre quota 0,50% (0,5097%) per la prima volta dal luglio 2009, raddoppiando così il valore rispetto a due mesi fa.

    Ed è soprattutto per cercare di alleviare queste difficoltà che la Bce ha ripristinato due settimane fa le aste in dollari. Nelle prime due operazioni di questo tipo non si è però vista la ressa che molti attendevano: finora sono stati assegnati poco più di 10 miliardi di dollari a non più di 8 istituti per volta. Forse la ricerca di fondi di finanziamento non è soltanto un problema delle banche europee.


    Wall Street Italia

    C'è panico puro a Piazza Affari questa mattina. E il risveglio oggi non è per nulla confortante neanche per i mercati europei, che hanno avviato le contrattazioni in pesante ribasso, per i timori di un allargamento della crisi che imperversa in Europa.

    L'indice Ftse Mib lascia sul terreno il 3,30%, attaccato dall'ondata di vendite che prende di mira soprattutto le banche: queste ultime scontano sia la crisi internazionale che il rapporto dell'ABI sul settore, pubblicato la vigilia.

    Il quadro fornito dall'Associazione Bancaria Italiana non è infatti di certo roseo ed evidenzia un massiccio calo degli utili nel 2009 che è andato aggravandosi nel primo trimestre di quest'anno.

    Il 2010 sarà dunque un'altro anno difficile, secondo quanto confermato dal Direttore Generale Giovanni Sabatini. Fra i titoli più sacrificati nella seduta di oggi appaiono così Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare. Nel risparmio gestito soffre Azimut.

    Ma a Piazza Affari la doccia è gelata anche per gli oil, che scontano la caduta delle quotazioni del greggio. Eni, Tenaris e Saipem evidenziano performance pessime, mentre tiene meglio la raffinazione con la ERG.

    In generale, in tutta l'Europa, i mercati seguono la scia negativa disegnata prima da Wall Street e poi dai listini asiatici, in primis da Tokyo, che è scivolata sotto la soglia dei 9.500 punti per la prima volta in sei mesi.

    Ad appesantire i listini azionari globali, è stata di nuovo la carrellata di notizie negative che continuano ad attanagliare l'euro.

    La moneta unica è tornata infatti a perdere terreno nelle ultime ore contro le valute cosiddette rifugio - come il dollaro - e il trend appare nuovamente al ribasso, dopo il recupero registrato nel finire della scorsa settimana.

    La valuta sconta di fatto, oltre al problema dei debiti Ue, anche lo spettro dei salvataggi bancari.

    Ad alimentare ancora di più le paure degli investitori sono poi i piani di austerity di Germania e Gran Bretagna, che ieri hanno tenuto banco dopo quelli che nei giorni scorsi avevano visto come protagonisti Grecia, Portogallo e Spagna.

    L'aria di crisi si respira insomma sia sui mercati azionari globali che su quelli valutari.

    La stessa Wall Street ha accentuato ieri le perdite nel finale, con il Dow Jones che si e' riavvicinato a quota 10000, attestandosi ai livelli minimi di 3 mesi, in piena zona "correzione".

    Da segnalare, infine, che il sell off scatenato dall'effetto euro è provocato anche da quelle notizie che confermano come i fondi hedge continuino ad attaccare la moneta unica: alcuni di loro, tra cui Hayman Advisers e Matrix Group, prevedono addirittura un aggravamento della crisi del debito sovrano, nonostante il piano di salvataggio messo a punto dall'Unione Europea e dalla BCE, per un valore di un trilione di dollari.
     
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  5. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    I mercati sono volubili come le belle donne

    Cari amici,

    Gli operatori dei mercati finanziari in questo periodo sono volubili come le belle donne.

    E' incredibile constatare come il nostro tenore di vita sia attaccato a valutazioni statistiche del cosiddetto "sentiment", ossia dello spirito positivo che spinge la gente a investire nel futuro.

    Siamo tutti nelle mani dei baroni della finanza, ed io non so se ci stiamo incamminando verso una strada di inflazione o di deflazione.

    Certo è che i valori finanziari hanno perso ogni riferimento logico con l' economia reale, e ormai viaggiano su parametri speculativi che poco hanno a che fare con la vita della gente.

    Ho il sospetto che siamo alla fine di un epoca di falso ottimismo, ma ...ciò che è peggio, non ho la benchè più pallida idea di ciò che ci aspetta.

    Se chi ha tantissimi capitali perde la fiducia e li toglie dal mercato mi chiedo chi ce li metterà?

    Noi, comuni mortali, di capitali da investire non ne abbiamo, e gli stati non hanno più la possibilità di indebitarsi ulteriormente, dato che già oggi si stanno impegnando per restituire parte dei debiti contratti negli anni passati.

    Se i cittadini pagano i debiti degli stati sovrani con le tasse, e gli stati sovrani pagano i debiti contratti con le banche centrali, chi farà girare i soldi necessari per finanziare la crescita?

    Ai posteri l' ardua sentenza!

    Pubblicato da grandeindio su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale)


    Wall Street Italia

    Pioggia di vendite ovunque. Gli investitori scontano - a scoppio ritardato - la notizia del declassamento del rating spagnolo e guardano con timore ora anche alla Cina. Moneta europea ai nuovi minimi di 4 anni: 1.2111.

    L'inizio del mese di giugno non sembra portare ai mercati alcun sollievo, stando almeno alla performance che i listini azionari globali riportano in queste ore. La sessione è decisamente negativa per le borse europee e a prevalere, così come è stato in molte delle sedute concitate di maggio, è il sell off. A metà giornata, Piazza Affari vede il Ftse Mib perdere il 3,3%; male anche Londra (-2,22%), Francoforte (-1,90%) e Parigi (-2,35%). Il segno meno non risparmia inoltre Amsterdam (-1,72%) e Bruxelles (-1,34%).

    Dopo la pausa di ieri - di fatto si è trattato di pausa, in quanto le borse mondiali hanno preferito optare per l'attendismo, in concomitanza con la chiusura dei mercati di Wall Street e di Londra - i mercati europei hanno reagito così oggi alle ultime notizie arrivate nelle ultime ore (ma non solo).

    La notizia del declassamento del rating della Spagna da parte dell'agenzia Fitch era arrivata infatti lo scorso fine settimana. Ma la reazione vera e propria sembra manifestarsi oggi: la pioggia di vendite si abbatte ovunque, il che lascia pensare che la bocciatura del rating spagnolo non sia stata ancora digerita. Ad affossare il sentiment c'è poi dell'altro: tornano a rinnovarsi infatti anche i timori sul caso Cina.

    Gli interrogativi sono infiniti: esiste davvero il rischio di una bolla? E cosa faranno le autorità di Pechino per scongiurare la minaccia di un'inflazione? Si avrà un rallentamento della congiuntura cinese, al momento uno dei pochi fattori di traino della crescita mondiale? E quale sarà in questo caso l'effetto sulla economia mondiale?

    Queste e altre domande si affastellano nelle menti degli operatori, delusi per la contrazione che l'indice Pmi - che misura la performance dell'attività manifatturiera della Cina - ha subito un calo a maggio.

    E a essere preoccupato è lo stesso economista, docente della New York University Nouriel Roubini; riferendosi al caso Cina, ma non solo - l'alert riguarda infatti i paesi emergenti Bric - l'esperto ha infatti avvertito sui rischi di un surriscaldamento dell'economia.

    Intanto l'euro torna a essere attaccato dalle vendite, e crolla ai minimi da quattro anni sul dollaro, a quota 1.2111, scontando anche la notizia delle dimissioni a sorpresa del Presidente tedesco Horst Koehler. Come se non bastasse la spada di Damocle dei debiti, ora il Vecchio Continente è preda anche di nuove tensioni geopolitiche.

    Il sentiment negativo presente sui mercati è confermato anche dalla caduta libera il petrolio, che si riporta a 73 dollari al barile, accusando l'impatto di un indebolimento della congiuntura in Asia. Sulle borse europee, a livello settoriale si segnala la pessima performance dei petroliferi, in scia alla pessima performance di BP sugli insuccessi nel Golfo del Messico.

    Male anche gli altri settori legati alle commodities, come i minerari che sono il secondo peggior comparto sulle piazze europee. Tengono meglio i difensivi, come i farmaceutici ed i titoli legati allo svago ed al tempo libero.
     
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  6. ivaring

    ivaring Membro Attivo

    Proprietario di Casa
    Purtroppo bisognerebbe spiegare ance questo a tanti ... no bambini. :risata:
     
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  7. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    212.807.628 milioni di dollari creati come bollicine

    Cari amici,

    Le risorse finanziarie mondiali pesano addosso all' economia reale, che resta strozzata nei debiti.

    Ci sono sapienti economisti che tentano di spiegarci le cosiddette "ricette" economiche per uscire dalla crisi.

    C' è chi impone fardelli ai governi per diminuire e ristrutturare i debiti pubblici.

    C' è chi propone di stampare un' po' di moneta al di qua e al di là dell' oceano per alimentare l' inflazione e far ripartire l' economia.

    Insomma si dice di tutto, tranne che guardare la realtà, ....ossia che ormai la finanza ci sovrasta e si autoalimenta con numeri creati da numeri, che viaggiano in aria come bollicine.

    Negli Stati Uniti, ad esempio, nel 2009 il valore nozionale dei contratti derivati scambiati dai 25 gruppi finanziari più importanti ha raggiunto, al 31 dicembre, 212.807.628 milioni di dollari.

    Mi chiedo che succederebbe se questo castello di carte cadesse, e soprattutto c' è da domandarsi che relazione abbia questa creazione di valore con le deprimenti condizioni dell' economia americana.

    A me sembra di capire che si è formato un tappo tra l' economia reale e l' economia finanziaria che ormai soffoca ogni forma di contatto.

    C' è la possibilità realistica che il costo del denaro in futuro si appiattisca su valori bassissimi, perchè se non sono ancora saliti a tutt' oggi, non vedo che cosa potrebbe succedere di più grave per far salire i tassi di interesse.

    Anche in questa situazione di basso costo del denaro, tuttavia, ottenere prestiti diventerà sempre più difficile, perchè il nostro mercato "reale" alle banche interessa sempre di meno: "Lorsignori" preferiscono creare valore finanziario autoalimentato da sistemi di scambio che creano utili nell' aria, ....come bollicine!

    Pubblicato sabato, giugno 05, 2010 su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale)


    Il sole 24 ore

    Sul sito del Comptroller of the Currency Administrator of National Banks è possibile leggere il report dell'ultimo trimestre del 2009 - ma riassuntivo anche dell'intero esercizio - sul mondo dei derivati negli Stati Uniti. I numeri sono, come sempre quando si parta di derivati, impressionanti. Nel 2009 il valore nozionale dei contratti scambiati dai 25 gruppi finanziari più importanti ha raggiunto, al 31 dicembre, 212.807.628 milioni di dollari. Una cifra impressionante.

    L'oligopolio delle big five
    Di questo enorme business la gestione, di fatto, è nelle mani di sole 5 grandi banche americane: Jp Morgan (78.545.384 milioni di noazionale in derivati intermediati); Bank of America (44.315.928 milioni di dollari); Goldman Sachs (41.595.932 milioni); Citibank (37.546.159 milioni) e Wells Fargo (4.178.720 milioni). L'agenzia americana sottolinea che «sebbene una simile concentrazione crei preoccupazione in chi deve controllare il mercato, esistono alcune situazione che "mitigano" i timori. La prima è che ci sono altri operatori, diversi dalle banche commerciali, attive nel business dei derivati e quindi» l'oligopolio non è poi così forte; la seconda, a ben vedere più una causa di fatto della situazione che una "rassicurazione, «è che operare con simili prodotti richiede competenze e tecnologie sofisticate presenti solo nelle grandi istituzioni; la terza è che il controllo è comunque molto approfondito». Anche in quest'ultimo caso, a ben ragionare, siamo di fronte più ad una "mozione di intenti" che ad una concreta e seria motivazione, in grado di ridurre i timori rispetto ad un mercato troppo concentrato. E che, come più volte ribadito da diversi esperti, pone un altro serio problema: quello degli scambio sui mercati Over the counter (Otc).

    I mercati Over the counter
    Analizzando i numeri del report, salta fuori che il 95% degli scambi avviene proprio sugli Otc. Si tratta, com è noto, di piattaforme poco trasparenti che non prevedono una clearing house, una stanza di compensazione. Il rischio è che, nell'ipotesi malaugurata dell'insolvenza di uno dei pochi attori in gioco, possa darsi vita -visto il valore altissimo intermediato- ad un rischio sistemico.

    I ricavi da trading
    L'analisi indica anche come stanno andanto i ricavi delle banche realizzati con il trading sui derivati. Ebbene, nel quarto trimestre le revenues sono diminuite del 66% rispetto ai 5,7 miliardi del terzo trimestre. Si tratta di un andamento normale, visto che nell'ultima parte dell'anno l'operatività diminuisce sempre. Ben più rilevante è il valore sull'intero esercizio: qui i ricavi da trading hanno raggiunto il valore di 22,6 miliardi di dollari, a fronte della perdita di 836 milioni del 2008. Il numero del 2009 rappresenta «un record -scrive l'agenzia americana-, superando il precedente massimo del 2006 che ammontava a 18,8 miliardi di dollari. Nonostante la volatità stagionale, i margini d'intermediazione più cari, la forte domanda della clientela e le condizioni dei mercati hanno permesso di raggiungere il nuovo record».

    Ma con quale specifica attività di trading le banche hanno fatto più ricavi?
    La parte del leone è ad appanaggio degli Interest rate (che ricomprendo, per esempio, gli Interest rate swap) con 14,4 miliardi di dollari in intermedizione e una crescita del 13,6% rispetto al 2008; a ruota seguono i contratti Foreign Exchange, con 5,6 miliardi: in questa caso, però, rispetto all'anno scorso siamo di fronte ad un calo del 51 per cento. Poi, vengono i prodotti sull'equity (1,06 miliardi) e sulle Commodity (1,4 miliardi). Infine quelli su crediti con soli 6 milioni.

    Insomma, le banche fanno affari scambiando e vendendo titoli. E per il finanziamento alle imprese? Cè, ovviamente, anche quello ma perché affannarsi troppo, dicono i maligni: finché c'è il derivato la speranza va a leva....
     
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  8. maidealista

    maidealista Fondatore Membro dello Staff

    Proprietario di Casa
    Ma con i mutui molti si son fatta la casa......
     
  9. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    La dittatura delle banche centrali

    Cari amici,

    Gli "illuminati" economisti di tutto il mondo stanno passando gli ultimi mesi arrovellandosi su una domanda:

    Che succederà dopo la crisi?

    Vi è infatti una questione di fondo che rimane irrisolta, e che pochi percepiscono:

    Durante l' ultima crisi le banche centrali hanno mostrato il loro vero volto, praticando una politica attiva e incisiva diretta ad evitare il collasso dell' economia e della finanza globale.

    In altre parole si può dire che le banche centrali di tutto il mondo si sono messe al timone dell' economia, e di loro iniziativa hanno salvato le banche e le istituzioni finanziarie che erano al collasso e stavano per diventare dichiaratamente insolventi.

    In pratica, quasi tutti sono stati salvati: I buoni e i cattivi, chi speculava e chi cercava di essere onesto; il tutto senza curarsi di chiedere il permesso ai governi, che si sono trovati costretti a pagare il conto, tramite il disavanzo pubblico.

    Non è una questione di poco conto, perchè da questi fatti che sono accaduti nasce prepotentemente una domanda:

    Perchè mai un finanziere dovrebbe stare attento e caricarsi di rischi "calcolati" quando ormai è consapevole che, in caso si arrivi di nuovo a nuotare nell' acqua alta, mamma banca centrale arriva e lo salva?

    E poi c' è la questione sovrastante: Perchè le banche centrali hanno tutto questo incontrastato potere di governare l' economia del mondo?

    Che cosa rimane da governare alla cosiddetta "politica nazionale" se poi le decisioni importanti vengono prese in altri contesti, da altre persone, secondo altre logiche di potere?

    Negli ultimi anni abbiamo visto quanto siamo impotenti di fronte al potere di pochissimi individui che governano la finanza mondiale al di fuori di ogni controllo politico.

    ....e oggi siamo pure costretti a "pagare il conto"!

    Pubblicato oggi su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale)


    Il sole 24 ore

    Mentre i governi europei fanno quasi a gara nel mettere in campo manovre di correzione dei conti pubblici tagliando le spese, trova sempre più spazio nel dibattito tra gli economisti la paura di un nuovo 'tuffo' dell'economia globale, una recessione "a doppia V", che non riesce a consolidare i segnali di crescita emersi negli ultimi trimestri e, anzi, torna a guardare verso il basso. Nel dibattito si confrontano posizioni diverse soprattutto sulle cause che potrebbero innescare un nuovo tratto in discesa nel grafico del Pil. Ma la preoccupazione è crescente, come ha messo in luce anche la "Lettera degli economisti" preoccupati degli effetti recessivi della manovra italiana.

    Ne parlano, da due punti di vista completamente diversi, Nouriel Roubini della New York University, e Simon Johnson, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e oggi docente di sviluppo imprenditoriale al Mit Sloan School of management.
    Roubini dà una ricetta in otto punti per evitare la 'double-dip' della recessione globale e imperniata su un profondo coordinamento internazionale. Un percorso in delicato equilibrio tra la necessità di risanare i bilanci per i paesi "spendaccioni" e l'obbligo quasi morale per i paesi come Germania, Cina e Giappone con bilanci in attivo di continuare a mantenere le misure di stimolo all'economia. Esattamente il contrario di quanto ha appena fatto la Germania, che «invece di partire con un piano di austerità mal congegnato, dovrebbe estendere gli incentivi a tutto 2011».
    Preoccupato della "prossima crisi" è anche Johnson che sembra rispondere a chi, come Roubini, guarda solo al debito sovrano e all'economia reale. Il professore della Mit Sloan School è convinto che le radici della prossima crisi siano nella mancata regolamentazione del settore finanziario americano, di cui ha messo a nudo le responsabilità nella prima fase della recessione nel best seller «13 Bankers: The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown» scritto a quattro mani con James Kwak.

    «Che l'economia mondiale viva adesso una crescita del 4 o del 5 per cento è sicuramente importante, ma non influisce più di tanto sulle nostre prospettive a medio termine. Il settore finanziario statunitense ha ricevuto un sostegno salvifico e non soggetto a condizione alcuna, ma adesso non è soggetto ad alcuna forma di ri-regolamentazione significativa. Pertanto, non si discute: ci stiamo preparando - afferma Johnson - a un altro boom che ha i suoi presupposti nell'eccessiva e sconsiderata assunzione di rischio nel cuore stesso del sistema finanziario mondiale. E ciò non può che finire in un modo solo: male».

    All'Europa guarda Dani Rodrik, docente di economia politica alla John F. Kennedy School of Government della Harvard University. E se la prende soprattutto con la Germania, colpevole non solo di «non fare la sua parte come economia più grande della Ue e suo leader putativo» ma anche di fare una politica estremamante aggressiva e individualista, «calpestando le economie degli altri Stati membri». Se Berlino vuole «che il resto d'Europa ingoi la pillola amara dei tagli di spesa - scrive Rodrik su Project syndicate - si dovrà impegnare a spiengere i consumi domestici, ridurre il surplus con l'estero e accettare un aumento dei target di inflazione della Bce. Prima la Germania farà la sua parte, meglio sarà per tutti».
    Meno preoccupato, «grazie ai segnali che arrivano dalle imprese» è Lorenzo Stanca, presidente del Gruppo economisti d'impresa e managing partner di Mandarin Fund. «Dalle imprese con cui siamo in contatto ogni giorno riceviamo segnali di una tendenza netta verso la ripresa economica. L'export si è mosso in modo positivo dall'inizio dell'anno e ha accelerato negli ultimi due mesi. Il rischio di politiche restrittive tedesche esiste ma è compensato dal deprezzamento dell'euro. Il dubbio che il timing della manovra del governo tedesco non sia corretto esiste, ma non bisogna sovrastimarne gli effetti». Nessun rischio di 'doppia V', dunque? Non proprio: «Il rischio c'è ed è legato alla tenuta di paesi come Cina, India e Brasile le cui economie sono cresciute a ritmi sostenuti. In particolare in Cina torna di tanto in tanto il timore che si sgonfi la bolla immobiliare». Quanto alla Germania, «vuole essere nella posizione di chi può dare l'esempio e avere sempre più peso nella Ue. È una linea comprensibile, ma non condivisibile». Infine la finanza americana senza regole: «In genere non credo ai complotti, ma davanti alla pressione delle istituzioni finanziarie nei confronti dei paesi più vulnerabili qualche dubbio è legittimo: c'è qualcuno che vuole distrarre l'attenzione?».
    Per Riccardo Realfonzo, uno dei firmatari della "Lettera degli economisti" e direttore del Dipartimento di Analisi dei sistemi economici e sociali dell'università del Sannio, «in Europa la crisi mondiale trova alimento nei vistosi squilibri tra i saldi delle bilance commerciali. Il deteriorarsi delle condizioni della finanza pubblica nei paesi periferici dell'Unione monetaria è in buona misura l'effetto dei loro saldi passivi con l'estero. In questo contesto, le politiche restrittive praticate dai paesi in attivo nella bilancia commerciale, Germania in testa, aggravano la posizione debitoria dei paesi periferici, Italia inclusa. A nulla valgono le politiche di austerità che questi ultimi possono intraprendere, se non a ridurre ancora il tasso di crescita del Pil, a contrarre le entrate fiscali e ad aggravare la crisi». I tagli, quindi, non solo non servono, ma sono anche dannosi? «É così. Occorrono provvedimenti per bloccare la speculazione ed è necessario che i paesi in avanzo commerciale pratichino politiche espansive. Inoltre, l'Europa dovrebbe essa stessa farsi locomotiva della crescita, promuovendo un piano di sviluppo finanziato da un più consistente bilancio dell'Unione. Persistere con le politiche restrittive potrebbe condurci alla deflagrazione della zona euro».
     
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  10. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Il declino del dollaro


    Alla fine degli anni cinquanta gli Stati Uniti erano all' apice del proprio potere; vantavano un avanzo corrente e il dollaro fungeva da valuta di riserva internazionale.

    In base al famoso Accordo di Bretton Woods, firmato poco prima della fine della seconda guerra mondiale, altri paesi mantenevano un tasso di cambio fisso tra le proprie valute e il dollaro, e gli Stati Uniti si impegnavano a mantenere la convertibilità del dollaro in oro.

    Molti economisti del tempo - in particolare quelli americani - erano favorevoli a questo accordo, ma Robert Triffin, un economista di origine belga, la pensava diversamente.

    Nel 1960 si disse contrario all' idea che una valuta nazionale fungesse anche da valuta di riserva internazionale; un sistema di questo tipo, a suo avviso, conteneva i germi della propria distruzione.

    Triffin osservò che le nazioni che emettono valuta di riserva - la Gran Bretagna nel Diciannovesimo secolo, gli Stati Uniti nel ventesimo - generalmente presentano un surplus corrente; nel caso degli Stati Uniti, questo significava che l' afflusso di dollari verso il paese era superiore al deflusso.

    Fin quì tutto bene.

    Ma Triffin evidenziò che gli altri paesi dovevano detenere la valuta di riserva; perciò la domanda di dollari avrebbe creato una forza di segno opposto, che avrebbe provocato un deflusso di dollari dagli Stati Uniti.

    Secondo Triffin tali pressioni avrebbero presto o tardi generato un disavanzo corrente, che avrebbe finito per pregiudicare la posizione economica degli Stati Uniti e, di conseguenza, del dollaro.

    Questo è precisamente ciò che accadde nel 1971, quando il presidente Nixon sospese la convertibilità in oro.

    Il dilemma di Triffin è rilevante ancora oggi.

    Il dollaro non è più convertibile in oro, ma rimane a tutti gli effetti la valuta di riserva internazionale, sebbene quella domanda contribuisca ad aggravare gli squilibri globali.

    Alcuni economisti sostengono che questo accordo - il cosiddetto "Sistema di Bretton Woods II" - possa persistere ancora per qualche tempo, con i dollari che defluiscono dagli Stati Uniti e si accumulano nei caveau delle banche centrali dell' Asia e del Medio Oriente.

    In realtà, questo accordo precario mostra forti segnali di tensione.

    Nel 2001 i dollari rappresentavano poco più del 70 per cento delle riserve detenute all' estero; nel decennio successivo, in conseguenza dell' aumento incontrollato del disavanzo di bilancio e del deficit corrente statunitensi, quella percentuale è diminuita, raggiungendo il 63 per cento nel 2008.

    Nella seconda metà del 2009 le banche centrali straniere hanno mostrato un' avversione ancora più pronunciata verso il dollaro e una spiccata preferenza per l' euro e lo yen, al punto che nel terzo trimestre di quell' anno soltanto il 37 per cento delle riserve di nuova acquisizione era denominato in dollari - un dato lontanissimo dalla media del 67 per cento registrata un decennio prima.

    Una percentuale crescente di queste riserve è costituita invece da oro e persino da alcune valute di paesi emergenti.

    La crescente propensione alla diversificazione e all' abbandono del dollaro è particolarmente evidente nei fondi patrimoniali sovrani.

    Questi fondi d' investimento di proprietà statale - organizzazioni come China Investment Corporation - hanno cominciato a evitare i buoni del tesoro statunitensi che facevano la parte del leone nelle riserve delle banche centrali, concentrandosi invece su investimenti ad alto rendimento, dagli Hedge fund ai diritti minerari.

    Questa tendenza probabilmente continuerà negli anni a venire.

    Se siamo fortunati sarà un processo graduale, e non un crollo improvviso e tumultuoso.

    In effetti è possibile che gli Stati Uniti seguano le orme della Gran Bretagna, che vide declinare il proprio potere (e la propria valuta) nell' arco di molti decenni.

    Infatti, malgrado gli Stati Uniti avessero superato la Gran Bretagna diventando la maggiore economia mondiale attorno al 1872, la sterlina britannica rimase la principale valuta mondiale per altre due generazioni.

    Fu soltanto con la Prima guerra mondiale, quando la Gran Bretagna smise di essere un creditore netto e divenne un debitore netto, che la sterlina cominciò a perdere seriamente terreno e gli altri paesi presero a diversificare le proprie riserve valutarie, benchè nel 1928 il rapporto tra sterline e dollari nelle riserve mondiali fosse ancora di due a uno.

    Il dollaro destituì la sterlina soltanto nel 1931, quando la Gran Bretagna abbandonò il sistema aureo.

    Gli accordi di Bretton Woods contribuirono a cementare la supremazia del dollaro, anche se la valuta statunitense divenne la valuta di riserva mondiale per eccellenza soltanto dopo la Crisi di Suez del 1956, che determinò un ulteriore crollo della sterlina.

    La decadenza della valuta britannica si è dipanata per tre quarti di secolo, e non è irragionevole sperare che anche il declino del dollaro proceda altrettanto lentamente.

    Ma questa sorta di analogia storica non può essere presa troppo alla lettera.

    La Cina, che occupa pressochè la stessa posizione in cui si trovavano gli Stati Uniti un secolo fa, sta ascendendo la scala economica mondiale molto più rapidamente di qualsiasi altra nazione nella storia; probabilmente supererà il Giappone diventando la seconda economia mondiale già nel 2010 o 2011, ed è possibile che scalzi gli Stati Uniti dal primo posto in tempi relativamente brevi.

    Tutto questo accade a una velocità sbalorditiva.

    A differenza degli Stati Uniti, la cui ascesa al potere ha richiesto un secolo, la Cina è riuscita a trasformarsi da paese di secondaria importanza a potenza globale in appena vent' anni.

    Si pone così l' inquietante possibilità che la supremazia del dollaro abbia ormai gli anni - e non i decenni - contati.

    E' difficile immaginare come potrebbe svolgersi un declino così brusco e tumultuoso.

    In passato le valute avevano qualcue relazione con l' oro o l' argento; questo legame è stato spezzato del tutto soltanto negli anni settanta.

    Oggi il sistema monetario internazionale poggia su una valuta a corso forzoso: una valuta che non ha valore intrinseco e non è sostenuta da metalli preziosi, e il cui valore non è fissato in alcun modo.

    In un certo senso il dollaro occupa attualmente il ruolo ricoperto a suo tempo dall' oro; un suo crollo avrebbe oggi lo stesso effetto che si sarebbe prodotto se i reggenti e i banchieri dei secoli passati, nell' aprire i forzieri, avessero scoperto che le loro preziose monete si erano trasformate in polvere.

    Un tale scenario potrebbe un giorno realizzarsi se gli Stati Uniti continueranno a generare disavanzi esplosivi.

    La Cina probabilmente continuerà ad acquistare debito Usa, ma altri paesi più piccoli potrebbero cominciare a muoversi lentamente verso l' uscita.

    Questo potrebbe provocare un fuggi fuggi generale al quale neppure la Cina potrebbe sottrarsi.

    Quali che siano i vantaggi dell' attuale sistema per quest' ultima, a un certo punto i costi potrebbero superare i benefici.

    Gli Stati Uniti si trovano a un bivio.

    Se non rimettono ordine nei conti pubblici e non aumentano i risparmi privati, la probabilità di un evento sismico di questa portata non potrà che aumentare.

    E' fin troppo facile immaginare uno scenario in cui questo potrebbe verificarsi, particolarmente se nei prossimi anni si arrivasse ad una situazione di stallo politico.

    I repubblicani metterebbero il veto a un aumento delle imposte, i democratici si opporrebbero ai tagli della spesa.

    La monetizzazione del deficit, ottenuta stampando moneta, diventerebbe la via di minor resistenza.

    L' inflazione così generata avrebbe l' effetto di erodere il valore del debito pubblico e privato detenuto nel mondo.

    Gravati da questa "imposta da inflazione", gli investitori di tutto il mondo sarebbero portati a disfarsi dei dollari e ad acquistare la valuta di un paese con una migliore reputazione di responsabilità fiscale.

    Se ciò accadesse, gli Stati Uniti ne pagherebbero le conseguenze.

    Finora siamo riusciti ad emettere debito nella nostra valuta anzichè in quella di altri paesi, trasferendo sui nostri creditori il costo di una perdita di valore del dollaro.

    Se altri paesi ci negassero improvvisamente questo "esorbitante privilegio", l' onere ricadrebbe su di noi e i costi dell' indebitamento aumenterebbero bruscamente, trascinando in basso il consumo, l' investimento e, in ultima analisi, la crescita economica.

    I prezzi di tutte le importazioni - dai giocattoli di plastica da due soldi provenienti dalla Cina ai barili di petrolio dell' Arabia Saudita - aumenterebbero, pregiudicando uno stile di vita che gli americani considerano ormai un diritto di nascita.

    In questo processo il dollaro diventerebbe soltanto un' altra valuta tra tante.


     
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  11. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Il fantasma di Hindenburg

    Cari amici, Hindenburg era il nome di un dirigibile che si è schiantato nel cielo di New York nel 1937.

    Secondo alcuni analisti, l' economia finanziaria globale potrebbe attendersi a breve un crollo dei mercati paragonabile, per analogia, allo schianto del dirigibile avvenuto nel 1937.

    Per questo motivo, hanno inventato il termine "fantasma di Hinderburg"; una situazione in cui tutti sanno che stanno pattinando su un ghiaccio molto sottile e tutti sanno che la loro controparte ha molte probabilità di essere uno speculatore o uno che vuole semplicemente tirare un pacco.

    A mio giudizio questa è la situazione normale che si vive nel mercato "che conta".

    Gli scandali politici che ultimamente vengono scoperti nel nostro paese, evidenziano una situazione distorta del mercato, in cui imprenditori senza scrupoli cercano di imporsi offrendo elargizioni illegittime (tangenti) a coloro che hanno il potere di aggirare la concorrenza di mercato.

    Nel mio piccolo, a livello di condominio vivo questa situazione quotidianamente, quando sono costretto a confrontarmi con imprenditori avidi o disperati, i quali bussano alla mia porta cercando di lavorare, offrendomi tangenti convenientissime, che io cortesemente e ostinatamente continuo a rifiutare.

    In un mondo creato e sostenuto dal denaro è ovvio che la tensione economica si rivolge esclusivamente verso l' accumulazione e la speculazione finanziaria; per questo motivo la società vera, quella degli uomini che si relazionano e cercano di creare valore umano, rimane sempre più disarticolata e priva di sostentamento.

    Ma per i grafisti economici queste evidenze non hanno rilevanza, perchè il loro lavoro si esaurisce nel prevedere il futuro finanziario basandosi sulle statistiche degli eventi finanziari passati.

    E la storia racconta una storia di crolli e di speculazioni, in cui il valore finanziario è stato suddiviso sempre di più tra coloro che hanno saputo furbescamente approfittare delle situazioni di mercato favorevoli.

    In un mercato globale, questi crolli e queste speculazioni sono anch' esse globali.

    Pertanto la domanda è: Quanto sarà enorme il prossimo fantasma di Hinderburg?

    :fico:

    Wall street Italia

    (WSI) – Da qualche giorno sui mercati finanziari (e quindi sulla congiuntura più in generale) si aggira il fantasma di Hindenburg, il dirigibile che si è schiantato nel cielo di New York nel 1937. Alcuni esperti di analisi grafica sostengono che, ogni tanto, si fa avanti, appunto, una "figura" che essi chiamano Hindenburg: quando arriva non prevede ribassi, ma semplicemente uno schianto dei listini, che può raggiungere anche il 30 per cento. Insomma, un crash come quello del dirigibile.

    Secondo questi esperti, l´Hindenburg (che deve manifestarsi due volte nel giro di 36 giorni), si è già fatto vedere il 12 agosto. Non resta che attendere la seconda apparizione (che ci sarebbe addirittura già stata, per alcuni), e poi ci sarà lo schianto dei mercati, seguito da una crisi finanziaria di grandi proporzioni.

    Ma le cose stanno veramente così? Non si può dire con certezza. Le previsioni dei graficisti sono molto simili alla stregoneria, e quindi qualche volta possono anche essere nel giusto.

    Quello che si sa di sicuro è che il mercato da qui a fine anno non può attendersi buone notizie. La ripresina che c´è stata nel primo semestre coincideva con la fase di ricostituzione delle scorte (mandate a zero durante la Grande Crisi), fase che è ormai finita praticamente ovunque. E quindi la congiuntura va a rallentare. Si crescerà meno di quello che si era soliti fare e non sarà una faccenda tanto breve. La "bassa crescita" potrebbe durare anche un paio d´anni, in attesa che si rimettano in moto i meccanismi tradizionali dell´economia (soprattutto i consumi americani).

    Nel corso di questo biennio il rischio di un double dip (cioè di un ritorno alla recessione) sarà praticamente costante, anche se molto probabilmente non si verificherà perché le autorità monetarie lo sanno benissimo e stanno molto attente. Già a fine mese la Federal Reserve americana dovrebbe varare un piano di interventi proprio per ridare un po´ di smalto all´economia americana e per rialzare la congiuntura a un livello tale che scongiuri il rischio di cadere nel double dip.

    Inoltre, a partire dall´inizio del 2011 la Cina dovrebbe tornare a investire con forza, e questo finirà per spingere in avanti tutto il sistema degli scambi internazionali. Ma, nonostante queste consolanti osservazioni, il fantasma di Hindenburg non lascia i mercati. Perché?

    La spiegazione è abbastanza semplice. Oggi i mercati vivono una situazione che potrebbe essere definita assurda e che è caratterizzata da due elementi.
    In giro c´è una liquidità abbondantissima (che le banche centrali si guardano bene dal togliere di mezzo, a causa della bassa congiuntura) e tutto questo denaro non costa praticamente niente. In sostanza: denaro in quantità illimitate e a costo zero. Il sogno di ogni buon speculatore.

    E infatti il rischio vero, in una situazione del genere, è appunto che i più temerari (ma anche i compassati geometra Rossi e ragionier Bianchi) vadano a infilarsi in qualche bolla di qualche tipo. In giro ci sono più soldi che occasioni vere e quindi non si può escludere che a fianco della lenta ripresa, del lento riavvio dell´economia possano sorgere e crescere bolle di ogni tipo: dalle materie prime ai titoli azionari.

    Gli operatori (che pure stanno approfittando del denaro a basso costo) sanno benissimo tutto questo e quindi stanno molto attenti ai "segnali" che vengono mandati da Hindenburg o da altre diavolerie del genere inventate dai graficisti (i quali, peraltro, giurano che Hindenburg, finora, si è fatto vivo in occasione di tutti i crash degli ultimi venti anni).

    In sostanza, tutti sanno che stanno pattinando su un ghiaccio molto sottile e tutti sanno che la loro controparte ha molte probabilità di essere uno speculatore o uno che vuole semplicemente tirare un pacco. Il denaro a costo zero fa tutti un po´ disonesti, e tutti lo sanno.

    Pubblicato da grandeindio su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale): I grafisti economici evocano il fantasma di Hinderburg
     
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  12. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Stati Uniti in bancarotta

    Cari amici,

    A volte riesco a trovare articoli che riescono a spiegare la realtà, al di là della propaganda che ci propinano come "analisi della realtà".

    Di seguito segnalo volentieri un articolo tratto da Wall Street Italia, che descrive in modo brillante la situazione finanziaria degli Stati Uniti, di cui ho già pubblicato diversi articoli.

    Non c' è nulla di nuovo sotto il sole, a parte la chiarezza del linguaggio.

    Gli Stati Uniti sono in bancarotta, devono cambiare strada radicalmente sulla scia di ciò che noi in Europa stiamo cercando di riformare (Aumento delle tasse, riforma del sistema pensionistico, riduzione del deficit di bilancio dello stato).

    Ciò che ancora non si ammette chiaramente, è che la nostra economia finanziaria è fondata sul debito, e questo non ce lo possiamo più permettere.

    I rubinetti della finanza mondiale non potranno restare aperti per sempre, alimentati dalla politica delle banche centrali che privatizza il valore finanziario degli Stati per alimentarsi.

    Questa truffa legalizzata ruba valore finanziario allo stato, attribuendo debiti pubblici da pagare con le tasse al fine di mantenere in equilibrio le istituzioni finanziarie private.

    E' questo il motivo di fondo che, anno dopo anno, impoverisce la gran massa della popolazione che di fatto viene privata di potere d' acquisto per pagare debiti statali contratti per mantenere in equilibrio il sistema finanziario privato.

    Questo non è soltanto un problema soltanto americano!

    In futuro, tra venti, trent' anni, di questo passo lo stato non avrà i soldi per pagare le pensioni che oggi stanno maturando, e quando non si hanno i soldi per pagare non ci sono alternative: Non si paga!

    Pertanto, detto in parole semplici, abbiamo l' esigenza di cambiare le regole del gioco che redistribuisce il valore finanziario, perchè non è più sostenibile.

    :fico:


    Wall Strett Italia
    Inutile temere sul futuro dell'economia americana. Gli Stati Uniti sono gia' in bancarotta. La dichiarazione e' forte e non vuole certo gettare panico tra gli operatori. Ma val la pena capire le basi del ragionamento di colui che lancia l'allarme (a dire il vero, non e' il solo) dalle colonne di Bloomberg: Laurence J. Kotlikoff, professore di economia alla Boston University.

    L'idea chiave e' la seguente: il deficit di bilancio Usa e' 15 volte superiore a quello ufficiale. Una possibile soluzione per rimettere ordine passa attraverso quattro mosse, purche' siano "radicali" e riguardino tasse, settore della salute, sistema pensionistico e comparto finanziario.

    Andiamo con ordine, partendo da una nota del mese scorso del Fondo Monetario Internazionale sulle politiche economiche degli Stati Uniti. Nel sommario di questo rapporto annuale, ricorda Kolikoff, c'era l'invito alla classe politica a una stabilizzazione fiscale attraverso aggiustamenti "piu' ampi dei costi stimati". Un esempio: "chiudere il deficit richiede un aggiustamento fiscale permanente del 14% del Pil Usa su base annuale". Insomma, per ripianare tale deficit, frutto della differenza tra spese e ricavi programmati per il futuro, secondo il professore di economia, sarebbe necessario un immediato e permanente raddoppio di redditi personali e tasse federali e aziendali.

    Un simile aumento delle tasse porterrebbe gli Stati Uniti a un surplus del 5% del Pil quest'anno invece di un deficit del 9%. Parafrasando la nota del Fmi, Kolikoff suggerisce che gli Usa hanno bisogno di una bella fetta di surplus per un bel po' di anni per poter pagare le spese di bilancio. E piu' si aspetta per porre rimedio alla situazione fiscale attuale piu' la stessa peggiorera'.

    Il disavanzo fiscale calcolato dal professore della Boston University e' 15 volte superiore a quello ufficiale: $202 mila miliardi. Si tratta di una discrepanza "non sorprendente: riflette cio' che gli economisti chiamano "labeling problem". E' un po' come se tutto dipendesse da che cosa prendere in considerazione per ottenere un determinato dato. "Il Congresso e' stato molto attento negli ultimi anni ad etichettare i suoi passivi in modo tale da tenerli al di fuori dal proprio bilancio e cosi' fara' nel futuro" ha spiegato Kolikoff.

    Perche' la cifra e' cosi' ampia? Semplice, spiega l'economista: negli Usa ci sono 78 milioni di baby boomer che, quando saranno tutti in pensione, riceveranno benefici in termini di Social Security, Medicare e Medicaid. Tutti programmi statali il cui costo superera' il Pil pro capite: $4 mila miliardi all'anno. "L'economia americana potra' anche crescere da qui a 20 anni ma mai cosi' tanto da poter gestire costi di questa portata anno dopo anno", ha scritto su Bloomberg il professore. "Questo e' il risultato dell'applicazione di una sorta di Schema Ponzi che va avanti da 60 anni: prendere risorse dalla popolazione piu' giovane per darla a quella piu' vecchia". E citando Herb Stein, presidente dello staff degli economisti alla Casa Bianca ai tempi di Richard Nixon, Kolikoff avverte: "cio' che non puo' andare avanti verra' fermato".

    Il punto e' che lo si fermera' troppo tardi e con modalita' non piacevoli. Tre le possibilita': "ingente sforbiciata dei benefici legati al pensionamento dei baby boomer, incremento astronomico delle tasse e enorme quantita' di moneta da stampare da parte del governo per coprire i buchi nei propri conti".

    Insomma, un piano lacrime e sangue che non solo ricorda la situazione greca, peggio. Poverta', tasse, costo del denaro e inflazione cresceranno, una strada "terribile" da percorrere senza se e senza ma perche' gli "Stati Uniti si trovano in una situazione fiscale peggiore della Grecia".

    L'economista conclude criticando i keynesiani convinti che stimoli fiscali ulteriori non inficerebbero la capacita' di gestione del deficit stesso. "Il nostro paese e' finito", e' la perentoria conclusione.

    Pubblicato da grandeindio su Buone parole (Progetti di Economia Relazionale): Stati Uniti in bancarotta
     
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  13. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    La Fed si sta giocando il tutto per tutto

    Cari amici,

    Il debito dello stato USA ormai è incontenibile; pertanto la Fed non può permettersi un aumento dei tassi di interesse (poichè incrementerebbero un debito già insostenibile).

    Per tenere basso il valore della propria moneta, la banca centrale americana ha cominciato da tempo ad usare metori non convenzionali, come ad esempio acquistare i propri titoli sul mercato.

    Acquistare i propri titoli sul mercato, aumentando così la domanda di titoli con l' aspettativa di diminuirne il valore, equivale in pratica a stampare cartamoneta.

    D' altra parte, il fatto di tenere bassi i prezzi dei titoli di stato americani crea una situazione che, di fatto, tende ad elevare il valore della altre monete, e quindi ad incrementare i prezzi delle esportazioni dei paesi non americani.

    Per questo i paesi che si ritrovano così ad avere una valuta "forte", sono invogliati anche loro ad acquistare i titoli di stato americani, al fine di tendere ad abbassare il valore della propria moneta nazionale.

    Vorrei a questo punto far notare ai lettori che tutto questo discorso non c' entra nulla con l' economia reale, ossia con ciò che realmente crea valore per i residenti.

    Si tratta in pratica di un gioco che modifica artificialmente il valore di ciò che si esporta.

    Per capire il senso di ciò che sta succedendo si deve immaginare una vasca gigantesca di cui nessuno conosce davvero le dimensioni, che ogni giorno si riempie inesorabilmente.

    La vasca è costituita dalla somma di tutti i portafogli finanziari del mondo, e l' acqua, invece, è costituita dalla sommatoria del debito pubblico USA che il resto del mondo continua ad acquistare.

    Prima o poi i gestori dei portafogli finanziari cesseranno di avere fiducia nella qualità del debito USA e tutti cercheranno una via di fuga per vendere i titoli di debito USA tenuti in portafoglio al massimo prezzo di mercato corrente.

    Per questo motivo accadrà un crollo verticale incontrollabile del valore del dollaro USA.

    L' unica informazione che manca è la data: Nessuno sa quando inizierà questo processo di svalutazione.

    :sorrisone:


    Il Sole 24 ore

    La Federal Reserve compra titoli di stato Usa per tenere bassi i loro rendimenti. E dato che questo equivale a stampare moneta, l'effetto finale è di svalutare il dollaro. Di riflesso, le banche centrali degli altri paesi sono costrette a comprare dollari per cercare di contrastare l'eccessivo apprezzamento delle loro valute nei confronti del biglietto verde. E come lo fanno? Comprando anche loro titoli di stato Usa. Ecco qual è il vero campo di battaglia della "guerra delle valute": il gigantesco mercato dei titoli di stato Usa.
    Per motivi opposti, tutte le banche centrali – tranne quella cinese – li stanno infatti rastrellando come bestie fameliche: la Fed ne ha acquistati 300 miliardi solo con il primo «quantitative easing» e ora prepara il bis, mentre le banche centrali estere ne hanno comprati 357 miliardi solo nei primi 7 mesi del 2010. Risultato finale: i rendimenti dei titoli di stato del paese più indebitato al mondo sono schiacciati sui minimi storici e sono destinati a scendere ancora. Un paradosso. O meglio: una vera e propria bolla. Alimentata non da aggressivi trader, ma dalle banche centrali. Da «Bubble-man»: nomignolo dato dai blog Usa al presidente della Fed Ben Bernanke.
    Che gli investitori non americani (e si tratta principalmente delle banche centrali) stiano aumentando gli acquisti di T-Bond Usa lo si vede chiaramente dai dati del Tesoro americano. Tra il 2003 e giugno 2009 gli investitori esteri partecipavano ai collocamenti di titoli di stato decennali con una domanda mediamente pari al 27% del totale. Poi, da luglio 2009 fino all'asta di ottobre 2010, la domanda estera mediamente sale al 42,5% del totale. Con punte, a settembre, superiori al 50%. Tradotto in soldoni, da inizio anno gli investitori esteri hanno comprato in asta 684 miliardi di dollari di titoli di stato Usa a medio e lungo termine e 1.192 miliardi di titoli con durata inferiore a un anno. Depurando il dato dalle scadenze e dalle vendite, risulta che da gennaio a luglio (non esistono dati più recenti) i non-americani hanno aumentato i titoli di stato in portafoglio di 357 miliardi. Ma è sicuro che se si aggiornasse a ottobre, la cifra sarebbe ben più elevata.
    Il motivo di questi acquisti, arrivati principalmente dalle banche centrali estere, è legato alla "guerra delle valute". Iniziano infatti ad aumentare nel luglio 2009: guarda caso il dollaro in quel periodo perdeva quota. Poi, da inizio 2010 quando il biglietto verde si rafforza, la domanda estera si calma. Per poi riprendere e toccare il record nei mesi più recenti. E non è un caso che il maggior acquirente sia la banca del Giappone, che da gennaio a luglio ha aumentato i titoli Usa in portafoglio del 7,3% a 821 miliardi per contrastare il super-yen. E non è un caso neppure il fatto che l'unico paese dove gli acquisti si sono fermati sia la Cina (che ha ridotto i T-Bond in portafoglio del 4,72%): Pechino sta infatti cercando lentamente di rivalutare lo yuan. «Le banche centrali estere sono davanti a un bivio: o comprano titoli Usa, oppure devono accettare un eccessivo apprezzamento delle loro valute con conseguenze negative sulle esportazioni», osserva Marco Annunziata, capo economista di UniCredit.

    Insomma: non hanno scelta. E il motivo è ovvio: il cosiddetto "quantitative easing" della Fed Usa (cioè l'acquisto di titoli di stato Usa) sta svalutando il dollaro. Per cui gli altri paesi devono intervenire in senso opposto. Di fatto, quindi, i grandi acquisti di T-Bond sono il risultato di una partita di giro. Ma l'effetto sui rendimenti è enorme: oggi i Treasury decennali rendono il 2,47% e tanti sono convinti che scenderanno al 2%. È impossibile dire quanto di questo rendimento sia causato dalla guerra delle banche centrali e quanto dal mercato vero. Certo è che rendimenti così bassi per un paese con un debito gigantesco hanno poco senso

    Pubblicato oggi su Buone parole: La Fed si sta giocando il tutto per tutto
     
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  14. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Tempeste finanziarie in arrivo

    Cari amici,

    Questo periodo storico è entusiasmante, per chi immagina dei sistemi economici più umani, più equi, più solidali.

    Ciò è vero perchè ormai le inefficienze del sistema economico e finanziario vigente non si possono più nascondere.

    I mercati finanziari sferzano inesorabili i paesi debitori, i quali ormai sono inesigibili (una parola "proibita" ma attuale).

    Gli Stati Uniti cercano di liberarsi dai debiti svalutando il dollaro, ma questa politica avrà un termine che arriverà molto presto, perchè la politica della Fed causa l' importazione dell' inflazione creata proprio dalla svalutazione della moneta americana.

    In parole più semplici avviene che le materie prime e il petrolio (che sono prezzate in dollari), aumentano di prezzo per compensare la svalutazione; pertanto i prodotti venduti negli Usa diventano sempre più costosi e inaccessibili per la classe media di quello sfortunato paese, poichè i redditi da lavoro non aumentano affatto, e pertanto decresce il potere d' acquisto della gran parte del popolo americano.

    D' altro canto, in Europa i tassi di interesse e gli spread negoziati con l' emissione dei bond si stanno incrementando sempre di più, aumentado in proporzione il carico degli interessi che i paesi già indebitati dovranno pagare (L' Italia è uno di questi paesi).

    Mi chiedo cosa succederà quando i mercati finanziari suoneranno la fine della ricreazione, e ci ritroveremo tutti a non poter pagare i debiti?

    Spero che qualcuno comincerà a pensare che anche i creditori debbano sostenere almeno in parte il collasso dei debiti pubblici.

    Spero anche che si comincerà ad immaginare un modo più equo di creare valore finanziario, perchè a mio giudizio, i mercati finanziari attuali non possono allocare le risorse in modo equo, ma solo speculando sulle differenze di valore.

    E questo è precisamente ciò che accade quando gli operatori finanziari si indebitano a tassi resi troppo bassi dalla politica, per acquistare titoli di debito statali di paesi che ormai è chiaro che sono inesigibili, con la speranza che qualcuno arrivi e salvi la situazione con nuovi prestiti.

    E' chiaro che bisogna fermare questa giostra ormai ingovernabile, e fare un accordo mondiale per eliminare questa massa di debiti che ormai sono soltanto numeri scritti su computer che si ingrandiscono senza alcun riferimento con la realtà economica sottostante.

    La finanza va fermata prima che distrugga l' economia!


    Wall Street Italia

    Le agenzie di stampa italiane e i grandi giornali dei "poteri forti", ormai e' sempre piu' evidente, censurano o auto-censurano, non pubblicandoli, i numerosi dati negativi sulla crisi europea con la sua spirale perversa debiti/salvataggi che sta spazzando come un ciclone l'Europa, lasciando a noi di Wall Street Italia l'ingrato compito di fare da guardia al bidone, unici nel paese a fornire al pubblico cifre e fatti reali, oggettivi, inequivocabili, ineluttabili.

    Ieri e oggi nessuna testata o agenzia di stampa (figurarsi la TV!) ha dedicato una riga al no dell'Austria alla Ue: come ha scritto WSI, Vienna non ha piu' intenzione di contribuire coi soldi dei suoi cittadini al pagamento delle rate per il salvataggio di Atene, viste le inadempienze e lo sforamento rispetto agli impegni assunti dal paese ellenico.

    E oggi - domanda assolutamente retorica - come mai nessuno tra i media trova un minimo di coraggio intellettuale per raccontare che i CDS (credit default swap) della Grecia sono i piu' cari sui mercati finanziari tra centinaia di CDS quotati e - peggio ancora - nelle ultime 2 ore il loro prezzo e' salito di altri 10 punti al record storico di 968, cioe' a un passo dal livello virtuale di collasso?

    Inoltre come mai nessuno parla dei famigerati PIIGS, una sigla che ai lettori di WSI sara' venuta a noia poiche' la citiamo a ogni pie' sospinto? L'acronimo, in tutto il resto nel mondo meno che nella nostra amata penisola, sta per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, cioe' i paesi periferici e a rischio della Ue; ma l'egregio ministro delle Finanze ed esperto in scudi fiscali mr. Giulio Tremonti si ostina a ignorare pubblicamente rischi e trappole dei PIIGS, essendo a testa bassa impegnato - invece che a chiarire con la massima trasparenza il concetto - a trattare i suoi cari concittadini italiani da minus habens, proclamando ai quattro venti che "l'Italia e' solida", le nostre finanze sono una meraviglia, tutto va bene e addirittura... la facezia del mese... che "l'Italia e' la soluzione e non il problema"? Se il Signor ministro delle Finanze, volesse invece chiarire i tanti dubbi sulla possibile ristrutturazione del debito italiano, una massa immensa di 1,8 trilioni di Bot e Cct e Btp, credete sarebbe una cattiva idea?
    Siamo stufi - e con noi milioni di italiani consapevoli e informati - di questi governanti bugiardi e incompetenti che celano le gravi implicazioni insite nel dover rifinanziare a tassi crescenti il primo debito pubblico d'Europa (l'Italia dovra' pagare 250 miliardi di interessi l'anno prossimo! ma dove pensiamo di andare? che sviluppo possiamo pianificare). Siamo stanchi di questa Casta politica auto-referenziale che continua a dare pessima prova di se', premier incollato alla poltrona in testa a tutti; seguito a ruota da un presidente della Repubblica che non capisce la drammaticita' della situazione e soprattutto non sa cosa significa davvero essere supra-partes. Dateci per favore una Merkel, un Obama, una coppia Cameron/Clegg, perfino un Geithner (che e' tutto dire): chiunque con un po' di senso di "Sturm Un Drang" e visione, andrebbe meglio dei nostri governanti. (l.c.)

     
  15. Antonio Azzaretto

    Antonio Azzaretto Membro dello Staff

    Video di interesse economico e finanziario in inglese:

     

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